Miklós Radnóti, amore a prima vista

La storia di questo poeta mi ha fatto cambiare idea, almeno in parte, sull’opinione già espressa a proposito della sostanziale inutilità della conoscenza dei dati biografici di un poeta per apprezzarne i versi.
In questo caso, sapere che molti dei suoi più bei versi sono stati scritti in un lager nazista, aumenta certo il coinvolgimento emotivo, anche se il contesto è intuibile in quasi tutte le poesie.
Comunque per me si tratta di un nuovo amore, di un colpo di fulmine. Ho passato la notte a leggere tutto quel che ho trovato di lui nel web, alla ricerca di una sua poesia che non mi piacesse, e molto.
Ancora è troppo presto per dire di più. Dopodomani dovrebbe arrivarmi l’ultima antologia con le traduzioni della Bruck che ho già avuto modo di apprezzare.

I 25 anni della rivista Poesia

Dal blog del Corriere della Sera segnalo l’articolo odierno sui 25 anni della rivista Poesia, che propone in coda una straordinaria poesia di Miklós Radnóti, ripresa dal numero speciale di gennaio.

Confesso che di questo poeta non sapevo nulla. Ringrazio il Corriere per avermelo fatto conoscere, anche se nel suo blog, tanto per cambiare, all’ottavo verso il vento che gira è diventato il vento che “giura”.
Bastava rileggerla…

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Domande senza risposta

Bruno Tolentino, a mio parere, si è fatto voce di molte delle inquietudini dell’uomo, inquietudini di sempre, inquietudini dei nostri giorni.

Come il suo amico Yves Bonnefoy è entrato con geniale lucidità e gran potenza espressiva nel dramma esistenziale dell’uomo che trova senso solo nell’affrontare a viso aperto il non senso dell’esistenza.

Una visione certo priva di spiragli verso luci possibili, una visione nel fondo egocentrica, in cui l’insufficienza dell’uomo a darsi salvezza non sfocia in altra fede se non in sé stessi, riscattati da una scelta “eroica”, quella di credere ciecamente all’indimostrabile inesistenza di un Dio che salva.

Per quanto riguarda il Tolentino degli ultimi anni, caduto di cavallo dopo l’incontro con un santo sacerdote di CL e autore di nuovi versi “illuminati” dalla conversione al cattolicesimo, mi astengo da ogni commento, perché riconosco di avere, nei confronti di questi versi, ancora le orecchie tappate dal pre-giudizio che mi viene dagli incontri avuti con lui dopo codesta molto reclamizzata conversione. Come ho già scritto, se qualcuno saprà togliermi via questo tappo, gliene sarò non poco grato.

Dovendo parlare di sé

Mi dicono che per dare l’avvio ad un blog appena nato è opportuno non farlo trovare vuoto. Così, appena “aperto il blog”, mi son messo a scrivere qualcosa su ognuno degli autori proposti dal sito. Ora mi tocca scrivere di me e non ne ho una gran voglia.

Personalmente ritengo che, dal punto di vista di chi ne fruisce, l’artista sta nella sua arte, non nella propria vita. Vale per un compositore, un pittore, uno scultore, un regista, un attore, un comico, perché non dovrebbe valere anche per un poeta?

Sì, mi direte, ma sapere che Dante era un esule, Mozart un genio precoce, Francesco un santo, Van Gogh uno squilibrato, così come la Merini, ci aiuta ad entrare nella loro arte.
Mah, secondo me si tratta di un’illusione, di “informazioni” a volte fuorvianti. Ho testimoniato nel sito sulla vita di Tolentino e mi chiedo se ho fatto bene. Mi era parso che potesse aiutare a cogliere, fra tante mistificazioni, un po’ di verità su un uomo su cui si dovrebbe stendere un velo pietoso, se non fosse un grande poeta e non lo si volesse far passare per un grande convertito. Ma questo aiuterà ad entrare nel lucidissimo e  tragico mondo poetico di Tolentino? O non tapperà qualche orecchio in più con il tappo del pre-giudizio?

Alter, il mio ego, mi sussurra che sono riuscito a non buttar giù neanche una riga sulla “mia” arte poetica. Ok, partirò da quel “mia”.
Sono convinto di una cosa: che nei “miei” versi di veramente mio c’è solo quel che non funziona. L’arte del togliere, come diceva Michelangelo parlando di sé come scultore, è quella che a volte manca al poeta, ed è per questo che si lascia andare a versi che dicono qualcosa soltanto a lui, ammesso che.

La Bono, nell’ultima intervista  (Avvenire dell’8 gennaio – link:http://www.avvenire.it/Spettacoli/Pagine/elena-bono-a-91-sogno-un-film-su-gesu.aspx) parla di sé come “in ascolto di una voce”, cui è forse l’intervistatore a mettere la maiuscola.
Per quanto mi riguarda, la maiuscola mi rifiuto di mettercela, ma certo è che ho cominciato a scrivere versi a neanche vent’anni, per un impulso ineludibile che mi svegliò di soprassalto nel pieno della notte.
In quasi cinquant’anni che scrivo, non mi ci sono mai messo dicendo a me stesso “che bello”, ma piuttosto con lo stato d’animo di una puerpera al primo figlio cui si rompono le acque. Senza quello stato di necessità, quell’impulso ineludibile, non avrei scritto neanche una riga.

Con gli amici poeti ne ho parlato tante volte: nessuno se lo è scelto, di uscire dalla “normalità” di chi parla solo con la propria voce, per diventare voce di tutti. A nessuno piace di sentirsi ed essere considerato a-normale.
Per questo si seguono le mode, e non solo nel vestire.

Alter mi pone una delle sue solite provocazioni ego-centriche: ma tu pensi di essere un buon poeta? Rispondo: quel che scrivo non la sento roba mia, ho sempre l’impressione di averlo “trascritto” in modo non abbastanza fedele e congruo; a volte mi piace, a volte mi fa paura, a volte lo “capisco” in modo differente dagli altri. Fino ad oggi i complimenti ricevuti dai pochi che hanno letto o ascoltato i miei versi mi han sempre messo nell’imbarazzo di chi sente di ricevere apprezzamenti che non gli spettano.

Un diario in versi

I versi pubblicati nel sito, il primo effetto che mi fanno è di imbarazzo. Mi sembra di trovarmi nella posizione indiscreta di chi, sospinto dalla fila dei penitenti in attesa, si trovi tanto vicino a un confessionale da essere costretto ad ascoltare.

Quel che mi aiuta a superare questo primo imbarazzo è la musica del verso.
Se l’autore si confessa poetando, sa mentre scrive che si sta mettendo in piazza, come lampada chiamata a venir tratta fuori dal moggio che la nasconde, per dare luce all’intorno.

Quei versi mostrano il cammino della vita da un punto di vista spirituale. Leggerli è un po’ come pregare insieme all’autore.

La “magica” suggestione della Bono

I versi di Elena mi emozionano sempre a tal punto che mi è difficile parlarne a mente fredda. Non penso questa emozione mi venga dal fatto che ci vogliamo bene; ne ero preso anche quando ancora non la conoscevo. Non solo: in genere debbo fare uno “sforzo di rilassamento” perché una poesia mi prenda a livello emotivo; allo stesso modo penso possa capitare a un compositore che ascolti per la prima volta musica composta da altri: il primo impulso sarà analizzare quel che sente da un punto di vista tecnico e di cercarvi le possibili risonanze di composizioni di altri, cominciando dalle proprie.

In genere anche a me capita a tutta prima di analizzarli, i versi degli altri. Con Elena non mi è possibile. Ha una potenza suggestiva talmente forte che mi fa subito dimenticare di me stesso per entrare nel mondo che crea per me, per poi ritornare in m,e stupito delle risonanze con il mio essere cui ha dato vita..

Poesia, cos’è

Il Ritrovo Della Parola mi aiuta a vivere la poesia non tanto come autore, ma come fruitore di questa forma d’arte.

Mi chiedo a cosa in genere ci si riferisca quando si parla di poesia; perché non è poesia solo il lirismo di Petrarca o Ungaretti, lo è l’impegno civile in certi componimenti del Foscolo o della Bono, lo è l’afflato epico di Omero o di Dante, lo è la musica in versi di D’Annunzio.

La poesia ha molti generi, ma quando se ne parla oggi si allude quasi sempre e solo alla poesia lirica, anche se più ampia e certo non scorretta è la definizione che ne dà Wikipedia: La poesia è l’arte di usare, per trasmettere un messaggio, il significato semantico delle parole insieme al suono e il ritmo che queste imprimono alle frasi; la poesia ha quindi in sé alcune qualità della musica e riesce a trasmettere concetti e stati d’animo in maniera più evocativa e potente di quanto faccia la prosa.”

Ma c’è di più. Personalmente considero poesia quella forma di espressione che attraverso la parola raggiunge il lettore non solo a livello razionale, ma a livello emotivo, esistenziale, affettivo, estetico, nel conscio e nell’inconscio. La poesia si serve di costruzioni verbali fondate non solo sul senso letterale (spesso aperto a più di un  livello di lettura) ma anche sul suono delle parole, sul ritmo e la cadenza (la musicalità o la dissonanza) del rigo o del verso e infine sulle rime, per portare ognuno a un’esperienza propria di quel che legge.

La poesia propone nuovi ponti e offre spunti ad ognuno per costruirsene di propri non solo nell’ambito dell’essere e del dover essere, ma anche in quello del poter essere, regno degli archetipi e del mito, della memoria e del sogno, dell’intuizione e della meraviglia, dell’utopia e della speranza, regno dell’eterna gioventù cui ogni uomo ha diritto ad ogni età.

Se questo non ci accade leggendo poesia, proviamo a farci aiutare ad entrare in questa forma d’arte. Se anche questo non dovesse portarci a quel tipo di esperienze, forse vale la pena cercare altrove. Se non ci accade altrove, forse il problema è in noi stessi.

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